Friday, December 29, 2006

Fieropasto




L
o si sarebbe detto fatto di cera, a guardarlo attraverso la notte e la nebbia. Se un passante, distrattamente, avesse spinto il proprio sguardo oltre quel recinto accorgendosi di lui, lo avrebbe di certo scambiato per una massa di cera accatastata lì dentro, per capriccio, da un candelaio dissennato.

Ad un'analisi più attenta, poi, avrebbe scorto due braccia, due gambe; avrebbe potuto individuare, in quel contesto sfuggente, due occhi spalancati, talmente iniettati di sangue da essere divenuti del tutto e per sempre rossi, una bocca, un naso, due orecchie.

Insomma si sarebbe potuta classificare, dopo tutto questo lavoro, quella figura come appartenente alla nostra razza umana.

Se ne stava lì seduto, in completa solitudine, come uno smisurato insetto annidatosi fra i capelli della notte.

Sulle sbarre esterne del recinto, un cartello, che riecheggiava in grandi lettere colorate e festose, recava scritta quella che, in una prima approssimazione, era la legittimazione fondante di tutta la sua esistenza:

FIEROPASTO

L’UOMO PIÙ GRANDE DEL MONDO

(Dategli pure da mangiare quanto volete)


E il giorno, che come tutti i giorni non tardò ad arrivare, sorprese le immense carni di Fieropasto e non trovò la fantasia necessaria a donargli un colore diverso da quel bianco cereo, limitandosi a scovare, con sapienti raggi di sole, qualche piccola vena violetta e due inquietanti occhi rossi, incastonati in quel volto assolutamente glabro e ridondante, che gli conferivano un aspetto elegante e temibile.

La luce dell’alba trovò Fieropasto in quel recinto e si affrettò a catalogarlo come fenomeno da baraccone; una specie di strano animale esposto al pubblico ludibrio.

Nudo come una nuvola, bianco come una nuvola. Grande come un’unica grande nuvola che avesse oscurato il cielo: Fieropasto, l’uomo più grande del mondo.

Fieropasto, figlio mio.

Quanto tempo era trascorso da quel giorno.